Educazione alla deriva PDF Stampa

 

«Per cento anni il fanciullo viveva presso la saggia madre,

pargoleggiando, molto stolto, nella sua casa»

ESIODO, Le opere e i giorni, 130-131.


 

Uno scritto (A. D'Avenia, Onore ai Maestri, «La Stampa», 16 marzo 2012), recente e intelligente (e pertanto passato pressoché sotto silenzio), ha richiamato l'attenzione su un aspetto tanto risaputo per la cultura classica quanto evitato con colpevole asinerìa dalla modernità: i danni arrecati da una educazione di conio prettamente donnesco.


Se oggi il mondo degli educatori deborda di figure femminili, ciò non è innocuo, ma prospetta ripercussioni temibili. «L'assenza o marginalità», scrive D'Avenia, «dello stile maschile nell’educazione familiare e scolare non è privo di conseguenze. Le scorgo nei miei studenti: insicuri e fragili, perché a volte privi o privati della autostima che un adolescente interiorizza grazie soprattutto alla figura paterna. [...] Diventano vittime della loro emotività elevata a sistema di valutazione del reale, poco educati come sono alla tenuta, al dolore, al silenzio, alla frustrazione in vista di un obiettivo ancora lontano». E ancora:«il padre è colui che pone il limite [...]. Il padre insegna che la vita va resa sacra (sacrificata) per qualcosa o qualcuno, mentre per la madre è la vita stessa del figlio ad essere sacra.»


Tra i ribollenti gorghi della modernità, anche l'educazione - sempre più declassata, in quanto aliena (se impartita a dovere) dall'utile immediato - si perde, alla deriva verso mete bizzarre, imprecisabili (ma non più di tanto).



 

«Pare che fin da giovane egli [Ciro il Grande] abbia condotto guerre, e per tutta la vita, affidando alle donne l'educazione dei figli. E queste li allevarono come se fin da bambini fossero già subito felici e beati, e come se non avessero alcun bisogno di queste cose: e quasi fossero già completamente felici, impedivano a chiunque di opporsi ad essi su qualsiasi cosa, e costringevano tutti ad approvare qualsiasi cosa quelli dicevano o facevano, e quindi li allevarono tali quali erano. […] un'educazione da donne; e di donne regali divenute ricche in tempi recenti, e che allevavano i figli senza la presenza di uomini, poiché costoro non avevano tempo libero a causa delle guerre e dei molti pericoli che dovevano affrontare. […] Il padre conquistava per loro greggi di pecore, e mandrie, e schiere di uomini, e molte altre cose, ma ignorava che quelli cui avrebbe consegnato queste cose non erano stati educati secondo l'arte dei padri, quella persiana - i Persiani infatti erano pastori e provenivano da una terra aspra -, che era un'educazione severa e capace di formare pastori molto forti, e tali da dormire sotto il cielo aperto e vegliare, e di far guerra se ce ne fosse stato bisogno: trascurò il fatto che i suoi figli venivano educati da donne e da eunuchi secondo l'educazione dei Medi corrotta dalla cosidetta felicità, per cui essi diventarono tali quali era verosimile che diventassero, allevati com'erano in maniera permissiva. E quando alla morte di Ciro i figli ricevettero il regno, pieni di lusso e di dissolutezza, per prima cosa uno uccise l'altro, mal sopportando che gli fosse uguale, e dopo di che, impazzito lui stesso a causa dell'ubriachezza e per la mancanza di educazione perdette il poter e per opera dei Medi, e di colui che allora veniva chiamato ‘l'eunuco’, che disprezzava la stoltezza di Cambise»

PLATONE, Leggi, III.