Varia

 


 

I primi scritti, che riflettono gli interessi di cui si è detto nei cenni biografici, risalgono già ai primi anni di studi universitari. In particolare, due lavori appaiono su La Cittadella, rivista del Movimento Tradizionale Romano, cui il nostro per un periodo si allinea: il primo scritto, di ascendenza evoliana, si intitola L’istrione e l’attore tra Roma e il mondo moderno (n. 53, luglio-settembre 1997), mentre il secondo, di taglio eminentemente storico-religioso, mette a fuoco gli Elementi del culto di Giove nella Capua preromana (n. 55, gennaio-marzo 1998) .

 

 

Negli anni successivi, la collaborazione con le Edizioni di Ar, conduce alla pubblicazione di alcuni scritti di carattere occasionale o di recensioni, sul periodico Margini, e alla collaborazione a due volumi collettivi.


Le radici, gli innesti, la cancerogenesi (2004)

[Ne Il gentil seme. L’idea di Europa: radici e innesti]

Questo volume, pubblicato in un momento in cui si insisteva per inserire nella costituzione d’Europa il rimando a radici giudaico-cristiane, è e resta un unicum, per vari motivi.

Esso è stato edito in Italia, in quella che resta la roccaforte del pensiero clericale.

Nessuna voce infatti si levò all’epoca contro tale richiesta, se non quella della lobby agnostico-ateista, necessaria e indispensabile appendice del clericalismo. La voce del positivismo ateo, figlio forse illegittimo del pensiero giudaico-cristiano ma suo prodotto più genuino, non poté non armonizzarsi con quella levantesi dal campo (all’apparenza) opposto.

L'«aureo libretto» raccoglie invece - per la prima (e unica) volta - la partitura polifonica dei pochi esponenti italiani di una idea realmente estranea alla – e integralmente diversa dalla – ipotesi di radici allogene. Ne nasce una ricchissima visione multiprospettica in cui, «come nella camera dipinta dei nostri vecchi pittori», «figure dissimili, dalle varie pareti» alludono «con lo stesso gesto a un solo centro…». Che questa robusta pubblicazione, nel panorama dell’Italietta contemporanea, sia passata pressoché sotto silenzio, non deve destar meraviglia. Avrebbe dovuto meravigliare, semmai, il contrario.

Lo scritto dell’Autore è particolarmente reciso nel negare al giudeo-cristianesimo qualsiasi dignità non solo di radice, ma anche di semplice innesto, presupponendo la riuscita di quest’ultimo una qualche affinità iniziale con la pianta destinata ad accoglierlo.

Da qui si svolge il punto cardine dell’argomentazione, nella quale la vis polemica viene condotta all’estremo e, forse, anche oltre: l’assoluta estraneità del giudaismo alla cultura europea, nonché della predicazione di Gesù, rivolta unicamente ad Israele, non essendo i Gentili – senz’altro definiti ‘cani’ - i destinatari della predicazione evangelica. Il vero elemento ‘ecumenizzatore’ è infatti da rintracciare nel paolinismo, che infonde al nuovo credo la sua volontà mondializzatrice e al tempo stesso intimamente sovvertitrice.


La cultura delle Edizioni di Ar (2004)

[In Risguardo V. Quarant’anni delle Edizioni di Ar]

Questo scritto è apparso in un libello miscellaneo edito dalla Libreria Ar per il quarantennale delle Edizioni, all’interno del quale ciascun autore ha ‘sciolto all’urna il cantico’ per una collana. Nel nostro caso lo scritto dell’autore è dedicato alla collana in cui sono stati pubblicati i propri lavori, Paganitas.

Il saggio, breve quanto incisivo, rimarca il senso di cultura ‘integrale’ proprio del mondo classico, della paideia come educazione dell’uomo integrale, rintracciando nella frattura cristiana – che riduce la cultura a discorso – la reale causa dell’inevitabile fallimento di ogni ‘sapere’ del mondo moderno.