I monti sono maestri muti e fanno discepoli silenziosi

J. W. Goethe


 

Originario di quell'Appennino osco-sannita cui resterà sempre indissolubilmente legato, si forma attraverso letture tanto vaste ed intense quanto precoci ed eterogenee: Stirner e Nietzsche, la grande letteratura europea, l'esoterismo, Mishima, Guénon, gli autori classici. Il 1999 è l'anno della laurea in Lettere, presso la Federico II di Napoli, con una tesi in Storia della Filosofia. Ne è relatore il Professor Piero Di Vona, uno dei maggiori esperti di Spinoza in Europa.

Lo scritto, concernente Julius Evola - di cui il Di Vona è tra i più profondi conoscitori italiani - e la religione romana, testimonia degli interessi sopravvenuti durante gli anni universitari: l'incontro con il filosofo della Tradizione - séguito di una folgorante lettura di Rivolta contro il mondo moderno - e il culto per il mondo greco-romano, studiato in primis nella sua accezione religiosa. Ma la (ri)scoperta della filosofia non è che reminiscenza di attitudini innate, di domande sul destino dell'uomo e delle civiltà, sul mondo fisico e su quello metafisico.

La laurea stessa è una tappa fondamentale nella formazione, o meglio, nella paideia che si concretizza in un percorso di (auto) e-ducazione. In questo cammino maieutico al tradizionalismo di Evola si affiancano ben presto i grandi mitteleuropei, Spengler, Junger, insieme ai monumenti della classicità, all'Iliade, all'Odissea.


All'intima connaturalità a simili modelli e all'ammirazione per i valori delle antiche civiltà sacrali, guerriere e aristocratiche si congiunge non solo un incipiente disgusto per la 'demolatria' dei moderni - con il conseguente rigetto del teatrino della politica - ma anche il delinearsi di una incolmabile distanza dal cristianesimo.

Lo studio della religione romana, ulteriormente approfondito, si salda - concretizzandosi nell'indagine delle antiche tracce i cui lembi talvolta ancora lambiscono i sinuosi declivi dell'Appennino - ad una arcaica e perentoriamente riaffermata vocazione 'rupestre', emblema vitale del legame  con le proprie origini.

E' la Itaca petrosa del remoto: una mai sopita cultura australe e meridiana, nella sua rocciosa declinazione appenninica.


Sono questi i cardini su cui si svolge - forgiandosi attraverso una serie di vicissitudini personali da prima acies senecana - un pensiero il cui senso ultimo evoca l'interrogazione sul Destino e sull'umana condizione, gli orizzonti metafisici (e, in senso lato, religiosi), la 'cerca' dei guadi necessarii al 'passare attraverso' la modernità, tra gli ultimi bagliori di una civilizzazione in disfacimento e la melma montante della 'plebe intellettualizzata' (e interconnessa).

Abilitatosi all'insegnamento di Lettere e Latino con un intervento didattico su Tibullo e la religione romana, intraprende la docenza nei Licei e negli Istituti Superiori. Alcuni anni dopo, nel 2013, vince brillantemente il concorso a cattedra, diventando ordinario di Lettere e Storia negli Istituti Superiori.

Pur senza dimenticare le incombenze annonarie poste alla base di qualsiasi impiego moderno, il lavoro di professore viene svolto con nietzscheana passione, rigore e impegno, seppur in uno dei momenti più bui della professione, avvilita e battuta dall'esterno, ma anche franante dall'interno: volgarizzata, maternizzata, plebeizzata. E' anche su questo terreno che la classicità diviene - in controtendenza rispetto a tutte le mode del momento - baluardo elitario e contrafforte di un pensiero 'altro'.

Avvezzo ai monti e ai boschi più che ai propri simili, in una solitudine che è profilassi dell'anima, cercatore dell'Origine piuttosto che dell'originalità, alieno alla cricca e alla claque del pensiero, ai baronali ossequi e ai vicendevoli incensamenti, fuori da tutti i cori e da tutti i 'giri' che contano - da pertinace assertore del 'niente è come dovrebbe essere' - : un laudator temporis acti consapevole di essere destinato ad addentrarsi nella selva della modernità.