Le anime antiche


Non v’è chi possa negare che in Occidente, nel corso dei secoli così come oggi, non pochi – e qui risiede il fulcro della questione – abbiano sentito di dover ricercare le proprie radici nel mondo e nella tradizione classica. Corollario di tale percorso, sovente, è stato un crescente senso di estraneità alla religione venuta a predominare in questa parte occasiva del mondo. Perché, e sia detto apertis verbis, coloro i quali della tradizione antica sono stati gli oppositori e gli antagonisti non possono ritenersene ad alcun titolo, come scritto in altra sede, né i depositari né i successori.

Dunque per vie di rado coincidenti, con esiti e intenti incerti e assai diversi, in maniera spesso confusa e approssimativa, animi dalle nature più disparate si sono volti al pensiero, alla tradizione, ai miti e agli Dei del mondo antico. Perché? Qualsiasi discorso sulla ‘non congenialità’ della religiosità abramica o sulla non praticabilità delle religioni d’Oriente, ammirate e proprio in quanto tali distanti, è destinato a cadere perché dà ragione solo di una parte, ed esigua, del ‘fenomeno’. Lo sguardo va invece appuntato sull’origine stessa di questa ‘chiamata’, sulla natura della vocazione. La realtà, innegabile, ci dice dell’incessante incedere di anime e di menti che attraverso il corso dei secoli hanno avvertito come la propria natura fosse estranea al presente e come essa, invece, rinvenisse la propria centratura nel mondo eclissatosi all’inizio dell’era cristiana. Nel presente post-naufragio ogni Odisseo è destinato, senza il nostos verso l’Origine, a rimanere un Nessuno.

Cosa ravvisa il senso comune in questa pre-disposizione se non disperato anacronismo, romantica adesione a un passato idealizzato, vano tentativo di fuga all’indietro? Ma il senso comune è cristianocentrico, e si basa su un’idea del tempo – poi mutuata dallo scientismo – lineare, costruita su una meta prestabilita e un progresso indefinito da punto a punto. L’animo umano, però, non è tenuto ad essere cristiano, né lo è l’intelletto.

Poste queste premesse, l’idea platonica che le anime si incarnino per cicli continui e sempre identici a sé stessi fino allo scioglimento dai legami della generazione è al medesimo tempo chiave di volta per spiegare il fatto e maglio per divellere il senso comune. Esistono ‘anime antiche’ –  per prendere a prestito un’espressione dall’encomiabile trasposizione cinematografica del De reditu operata da Sandro Bondì – ed esistono vie tracciate in illo tempore.

Animadvertunt: queste anime avvertono – così come hanno avvertito e, possiamo dircene certi, continueranno ad avvertire – il diuturno richiamo ad andare nella direzione impressa. L’impressione – e ancora una volta si ponga mente al senso latino dell’impressio – ricevuta all’inizio dei tempi risveglia il desiderio del ricongiungimento all’Origine, l’aspirazione alla conversione, platonicamente intesa, la nostalgia: àlgos per la ricerca del nóstos. Un anelito che né l’annottare incipiente dell’Età di Mezzo né la definitiva tenebra della modernità hanno avuto il potere di estinguere. Ed insieme un percorso che non può essere né inattuale, né morto, né anacronistico: esso non è stato né sarà, proprio perché è, sempre. Il prima o il poi non riguardano l’Anima.

Così, a coloro che si sentono vocati, la dottrina di Giamblico, se non può additare – perché già ardua ai suoi tempi  –  una via, può almeno essere viatico. Viatico prezioso in un’epoca in cui la ‘conversione’ sembra a portata di chiunque e tanti credono di poter ‘acquistare in maniera del tutto facile e veloce’, come ad una sorta di supermercato del sacro, nuove religioni. Ma sostituire un Buddha o un Ganesha a un Gesù su un altarino è agli antipodi del lavoro preliminare sulla forma, della e-ducazione di sé stessi additata dai Platonici. Opera lenta, lunga e dall’esito incerto: come tale, diametralmente opposta a quanto ambìto dai moderni.


Prefazione a Il Divino Giamblico, 10-11