Sull'ateismo


 

Solo la mistificazione e l’appiattimento – meglio, forse, sarebbe dire l’artata adulterazione - di determinate parole nelle lingue moderne, ha fatto sì che il senso dell’ateismo andasse del tutto perduto per diventare addirittura il frutto di una ‘scelta’ volontaria e personale, spesso presentata come la logica conseguenza per menti razionali e progredite. Ma il «non avere» Dei degli antichi, l’«esserne privi», è tutt’altra cosa. La privazione è qui una maledizione, una punizione che cala sul capo dell’ateo. L’essere atei è un castigo, che consiste nel subire un vero e proprio accecamento.


Gli atei, privati della vista ‘spirituale’, non possono, sottolinea Giamblico, riconoscere i princìpi sui quali si fonda la mantica tradizionale. Essi sono privi della cognizione del Divino.


Una simile concezione non dovrebbe destar meraviglia. Meraviglia dovrebbe destare, piuttosto, la leggerezza dei moderni nell’appropriarsi di termini la cui reale valenza sfugge loro completamente. È ben più proficuo, pertanto, passare a vedere in che modo questa idea dell’ateismo dei Cristiani venga colta e sviluppata dai difensori della tradizione pagana. Elencare tutti i casi in cui questa qualificazione ricorre in molti pensatori sarebbe estremamente laborioso. Il motivo dell’ateismo, del resto, sembra imporsi solo in un secondo momento. In un primo momento, infatti, la polemica anticristiana si era basata sull’insinuazione che il nuovo culto si addicesse unicamente a creduloni e pazzi[1].


Conviene perciò prendere in considerazione le idee di coloro che hanno dato uno sviluppo organico a questa concezione dell’ateismo. Così scrive Salustio:


Non è infine inverosimile che anche l’irreligiosità costituisca una forma di castigo, dato che è ragionevole supporre che quanti, in una vita anteriore, ebbero modo di conoscere gli Dei, ma non li tennero nel rispetto dovuto, siano privati, in una successiva, anche del privilegio della conoscenza di questi; […][2].


Costoro sono precipitati da Dike, Giustizia, lontano dagli Dei. Un simile castigo è l’allontanamento da una condizione naturale quale è – secondo uno dei postulati fondamentali di Giamblico condiviso dai Platonici – la cognizione del Divino. Ma la dottrina salustiana è ancor più temibile se l’ottenebramento spirituale viene moltiplicato per poco meno di due millenni di predominio cristiano. La decadenza dell’età moderna di rado ha avuto spiegazioni migliori.



 

[1] Molto utile a questo proposito, seppur non sempre imparziale, lo studio di F. RUGGIERO, La follia dei Cristiani. La reazione pagana al cristianesimo nei secoli I-V, Roma 2002, che passa in rassegna le varie posizioni gentili e la loro evoluzione.

[2] De Diis et Mundo, cit., XVIII, 2 (trad. Di Giuseppe).


da Il Divino Giamblico, pp. 168-169